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lunedì 4 luglio 2011

Dance Dance Dance

Mi sveglio. Subito cerco di capire dove mi trovo.
Me lo chiedo perfino ad alta voce: - Che razza di posto è questo? - Ma è una domanda superflua.
Prima ancora di formularla, so già la risposta. Questo posto è la mia vita.
La vita che vivo tutti i giorni, un'appendice della mia esistenza reale. Un insieme di eventi, fatti, circostanze che stento a riconoscere e tuttavia, senza accorgermene, sono diventati un prolungamento del mio essere.
A volte accanto a me c'è una donna che dorme. Ma in genere sono solo. Con il rumore dell'autostrada che corre proprio di fronte alla mia casa, un bicchiere di vetro sul comodino (sul fondo un rimasuglio di whisky, non più di cinque millimetri) e la luce ostile - no, più che altro indifferente - del mattino, piena di pulviscolo.
Qualche volta piove. In quel caso, resto a oziare a letto. Se nel bicchiere è rimasto del whisky, lo bevo. (...)
Provo piano piano a stirare le braccia, le gambe. E mi assicuro del fatto che questo corpo è proprio il mio e non una parte di qualche altra cosa. Ma ho ancora in mente la sensazione di quando sognavo. Nel sogno, se solo provo ad allungare un braccio, subito l'immagine che mi contiene comincia a muoversi tutta, come se il mio gesto avesse messo in azione un complicato congegno idraulico: il movimento si trasmette, lento ma inesorabile, da un ingranaggio all'altro, producendo nel suo passaggio un suono quasi inavvertibile. Se tendo le orecchie, forse riuscirò a capire in che direzione procede. Ci provo. E nel farlo percepisco la voce fievole di qualcuno che singhiozza. Riesco appena a sentirla. Un pianto che arriva da un punto imprecisato dell'oscurità.
Qualcuno sta piangendo per me.

(H. Murakami)

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